San Filippo Smaldone: missionario della misericordia

21 maggio 2018

Insieme nella conoscenza del nostro Santo.

Prima di procedere nel tema propostomi: “San Filippo Smaldone missionario di misericordia”, soffermiamoci a riflettere che cosa è la misericordia di Dio. Misericordia deriva da due parole latine: viene da misèreor (ho pietà) e Cor - genitivo Cordis (Cuore) esprime il sentimento per il quale la miseria altrui tocca il nostro cuore.
Si può esprimere anche con la parola compassione, ovvero condivisione del pathos, del sentire, della sofferenza altrui.
Papa Francesco, sin dai primi giorni del suo pontificato è tornato molte volte su questa parola, invitando tutte le persone a non rimanere indifferenti nei confronti dei problemi altrui, ma di unirsi in nome di un sentimento di fratellanza: egli più volte ha riferito che come individui, comunità e chiesa dobbiamo passare “dalla globalizzazione dell’indifferenza alla globalizzazione della solidarietà”. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, dove anche nei paesi ricchi si affaccia lo spettro della povertà, dell’incertezza e si diffonde una preoccupazione generale, la naturale conseguenza sociale è l’intensificarsi di un sentimento di compassione, che nasce dalla convinzione che da soli non ce la possiamo fare.
Ma il fondamento della misericordia non è il sentimento della fratellanza per noi cristiani, ma è l’Incarnazione del Figlio di Dio: Cristo che si è svuotato della sua divinità abbassandosi alla miseria dell’uomo, accogliendola in sé e con la sua morte riscattando dal peccato ogni uomo. La misericordia abbraccia la miseria e viene incontro alla condizione di emarginazione.
Parlando ai nuovi Cardinali creati nel Concistoro del 7 febbraio 2017, il Pontefice ha distinto tra una falsa misericordia, che non vede il dramma del peccato, e la vera misericordia cristiana, che va incontro al peccatore. (è la differenza tra il dare un soldino al bambino che incontro per strada nell’atto di lustrare i vetri della macchina, e l’attenzione ai suoi reali bisogni per inserirlo nel circuito della vita, del lavoro, delle relazioni, attraverso la sua promozione).
La misericordia di Gesù è compassione ed essa non ha confini ed opera per la reintegrazione del soggetto alla fede, per la inclusione sociale. Leggiamo nel Vangelo: «Non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti». «Questo significa«che, oltre a guarire il lebbroso, Gesù ne ha preso su di sé anche l’emarginazione che la legge di Mosè imponeva». I lebbrosi e chi li accompagnava dovevano stare fuori delle città. Invece «la compassione porta Gesù ad agire in concreto: a reintegrare l’emarginato».
Possiamo evidenziare tre passaggi: emarginazione, compassione, integrazione.
L'emarginazione per gli ebrei era una categoria giuridica. «Mosè, trattando giuridicamente la questione dei lebbrosi, chiede che vengano allontanati ed emarginati dalla comunità, finché perduri il loro male, e li dichiara “impuri”». Ma evidentemente questa legge produceva conseguenze a livello antropologico e psicologico sulla persona colpita. Immaginiamo quanta sofferenza e quanta vergogna doveva provare un lebbroso: fisicamente, socialmente, psicologicamente e spiritualmente! E anche una conseguenza teologica perché il lebbroso era considerato un «colpevole, punito per i suoi peccati!». E infine, una conseguenza sociale: «il lebbroso incute paura, disdegno, disgusto e per questo viene abbandonato dai propri familiari, evitato dalle altre persone, emarginato dalla società, anzi la società stessa lo espelle e lo costringe a vivere in luoghi distanti dai sani, lo esclude. E ciò al punto che se un individuo sano si fosse avvicinato a un lebbroso sarebbe stato severamente punito e spesso trattato, a sua volta, da lebbroso».
Questa normativa, che pure aveva una motivazione, non appariva al popolo ebraico assurda. Aveva uno scopo: «salvare i sani, proteggere i giusti e, per salvaguardarli da ogni rischio, emarginare “il pericolo”».
Quanti casi di emarginazione ci sono oggi! Gli immigrati, gli zingari, le minoranze etniche,sociali e religiose ecc..! Questa però è una logica dettata da pregiudizi!
Gesù ha una logica diversa, egli porta uno sguardo diverso: quello della compassione prima e dell'integrazione poi.
«Gesù, nuovo Mosè, ha voluto guarire il lebbroso, l’ha voluto toccare, l’ha voluto reintegrare nella comunità, senza adeguarsi alla mentalità dominante della gente; senza preoccuparsi affatto del contagio».
Questo scandalizza qualcuno, ma Gesù non ha paura di questo tipo di scandalo! Egli non pensa alle persone chiuse che si scandalizzano addirittura per una guarigione, che si scandalizzano di fronte a qualsiasi apertura, a qualsiasi passo che non entri nei loro schemi mentali e spirituali, a qualsiasi carezza o tenerezza che non corrisponda alle loro abitudini di pensiero e alla loro purità ritualistica. Egli ha voluto «integrare gli emarginati, salvare coloro che sono fuori dal recinto».
Sono due logiche contrapposte: «la paura di perdere i salvati e il desiderio di salvare i perduti. Anche oggi accade, a volte, di trovarci nell’incrocio di queste due logiche: quella dei dottori della legge, ossia emarginare il pericolo allontanando la persona contagiata, e la logica di Dio che, con la sua misericordia, abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio», senza «abolire la legge di Mosé», senza confondere il male con il bene, ma andando incontro al male per trasfigurarlo nel bene.
Riflettiamo sul problema del flusso immigratorio oggi e vediamo se spesso la logica della paura e del perbenismo non prevalga su quella dell’accoglienza e dell’inclusione sociale di tanti nostri fratelli che sfuggono alla morte, alla miseria, alla vendetta, anche per la loro fede cristiana.

San Filippo, sull’esempio di Cristo, ricercato nella vocazione cristiana ricevuta dalla famiglia, prescelto nella vocazione presbiteriale ardentemente desiderata, ma con grandi difficoltà realizzata – basti pensare al giudizio negativo del card. Sisto Riario Sforza che gli impedì di proseguire il cammino verso il sacerdozio, proprio quando stava per raggiungere la meta, diviene gradualmente e con l’esercizio delle virtù umane e teologali, l’uomo di Dio e dei fratelli più deboli e più fragili.
La sua fu una vocazione seria, con profonde motivazioni, realizzata tra le difficoltà ma ferma nell’obiettivo: vivere da “alter Christus” per la salvezza del mondo. All’età di 15 anni (1863) presentò domanda di iscrizione al clero di Napoli, anche se l’intenzione ci fosse già da prima per il fatto che i suoi genitori gli fecero frequentare il Liceo Arcivescovile; e la sua preparazione fu privata e non nel Seminario. Dalle “memorie biografiche” redatte dal nipote Don Filippo Smaldone Iunior, si legge questo scritto, in cui è tratteggiata brevemente ma incisivamente la condotta e le aspirazioni dello zio, utilizzando le notizie raccolte in famiglia.
“Il nostro Filippo era di carattere vivace, riflessivo, prudente e di portamento gentile e grave. Andava negli anni perfezionandosi nello studio e nelle virtù ed esercitandosi nell’apostolato fra i compagni della Cappella, ai quali era di continuo esempio nella pratica del bene. Iddio si compiaceva di quell’anima cara e la guardava con occhio di predilezione e nei soliloqui dopo la Comunione, principiava a fargli sentire la bellezza della sacerdotale vocazione. Il clero napoletano ha una storia gloriosa di uomini insigni per virtù, dottrina, apostolato e, per ammettere al chiericato un giovane, richiede soda pietà, scienza sufficiente, vocazione sicura e irreprensibilità di costumi personali e familiari. Filippo contava già quindici anni ed aveva ben maturata nel suo cuore la celeste chiamata; l’espose candidamente ai genitori, i quali diedero la desiderata licenza. Il 27 settembre 1863 indossava l’abito talare, nella Parrocchia di Santa Caterina in Foro Magno, in Napoli circondato dai parenti, dagli amici e da un popolo festante e commosso. Sin d’allora fece suo il programma. “morire al mondo e vivere nascosto in Cristo, ed in verità non poteva formarsi programma migliore; Dio la meta e il desiderio del suo cuore, Dio principio e fine di ogni sua impresa, Dio padre e re, signore e amico. Vivere per Lui.
Ogni progetto di Dio, accolto dalla persona, incontra la prova del fuoco al fine di verificarne personalmente la portata e la tenuta. Così è stato per il giovane Filippo.
Quando si parla di esercizio sacerdotale in primis emerge la funzione liturgica del sacerdote: egli è ponte da Dio e i fratelli e porta nell’azione salvifica della liturgia tutto il mondo in Cristo, sommo ed unico sacerdote.
Ma per il sacerdote c’è anche l’azione apostolica. Senza dubbio San Filippo è stata una personalità concreta, contemplativa e operativa insieme, sono le due anime che ha voluto presenti nel progetto delle Sue Figlie spirituali e oggi dei Laici smaldoniani (noi) .
La ricerca del campo apostolico non è stato un fatto intellettuale, ma spirituale perché in ogni circostanza di un fratello che soffre, San Filippo si faceva “prossimo al volto del fratello” perché “immagine di Dio”. Da giovane chierico l’amore ai bambini di strada, al lavoro nelle Cappelle Serotine di Napoli; da giovane sacerdote, la cura degli ammalati negli ospedali, la visita ai carcerati, l’assistenza spirituale ai sordi. Tra tanti campi di azione si orienta verso il sordo che, come il lebbroso al tempo di Gesù, era considerato un essere asociale, furioso, disadattato, non capace di intendere e di volere e un infedele per la Chiesa. Fermiamoci su questo aspetto ed esaminiamo i pregiudizi atavici e pesanti sul sordo: pregiudizio fisiologico: è muto a causa di malformazione all’apparato respiratorio e fonatorio; pregiudizio psicologico: è un minorato mentale, disadattato di carattere e furioso nelle manifestazioni; pregiudizio giuridico: non ha diritti civili perché non può intendere e volere; pregiudizio religioso: è un infedele perché se la “ fides ex auditu” secondo l’espressione paolina, il sordomuto che non la l’udito non può avvicinarsi al mistero della salvezza.
Su quest’ultimo pregiudizio la Chiesa ufficiale la pensava così; abbiamo conferma dal questionario che la Segreteria di Stato inviò ai Vescovi delle Diocesi, al termine del Concilio Vaticano I per verificare cosa ne pensassero sull’amministrazione dei sacramenti a questa categoria di persone.
In questo contesto storico e culturale, don Filippo sente l’ansia della prossimità a questo fratello per portarlo all’evangelizzazione e l’Effatà, parola che prende dal Vangelo, che vive nell’esperienza spirituale della preghiera, diventa studio, competenza, amore, compassione, dedizione.
Alle Suore raccomandava di avere verso i sordi una carità immensa, una pazienza certosina, una dedizione totale.
Il fine del suo apostolato è sì la promozione del sordo per una cittadinanza attiva e passiva, ma soprattutto l’evangelizzazione, come annuncio della salvezza, frutto dell’amore infinito di Dio, la partecipazione ai sacramenti come vita di fede, l’inserimento nella Chiesa per una partecipazione liturgica e sacramentale, l’inserimento nella societò da cittadino onesto e operoso. Le strutture educativo assistenziali sono concepite dal nostro Santo come luoghi privilegiati per testimoniare e vivere il messaggio di tenerezza di un Dio , fattosi uomo per assumere la nostra natura e le nostre fragilità.
La misericordia è il volto concreto della carità di Don Filippo, carità che si realizza attraverso i tre percorsi di Gesù; emarginazione, compassione, integrazione. Questi tre passaggi sono compiuti dall’azione pastorale della carità di don Filippo; ecco perché la sua azione pedagogica e pastorale è ancora attuale ai nostri giorni.
Il plus valore dell’azione di Don Filippo sta proprio nel concepire la carità come azione professionale di competenza, come carità intelligente, come stimolo preveniente e recuperante la persona, come sfida ad una cultura negativa, anche in campo religioso, come dedizione totale nel ruolo di Padre, Maestro, Assistente, Direttore di Scuole per sordi, come servo di una carità senza confini e gratuita, come missionario della misericordia di Gesù per l’uomo in difficoltà.
Egli che aveva gli orizzonti di una missione agli infedeli (missio ad gentes), per un disegno di Dio, ha incontrato Cristo nel volto dei fratelli sordi d’Italia e, come ha detto il Papa emerito Benedetto XVI, nell’omelia della canonizzazione il 15 ottobre 2006 “Nei sordomuti F. Smaldone vedeva riflessa l’immagine di Gesù ed era solito ripetere che, come ci si prostra davanti al Santissimo Sacramento, così bisogna inginocchiarci dinanzi ad un sordomuto”.
Questa è la strada che fa vibrare il cuore di tanti giovani: non una strada di evasione, di facili guadagni, ma di responsabilità, di servizio al prossimo, di cura della fragilità. Un cammino che trae forza dalle radici cristiane della vita. Un cammino sul quale dobbiamo incoraggiarci, in modo particolare voi laici cristiani e noi consacrati, le singole persone e le comunità. Lo Spirito Santo, con l’intercessione di Maria Santissima, faccia crescere questi semi in ognuno di noi. (Sr Ines De Giorgi)