La salma di C. Francesco Ruppi nel Duomo della “sua” Lecce

30 dicembre 2019

L'attesa è finita: Cosmo Francesco Ruppi è tornato nella "sua" Lecce. Il giorno 30 dicembre la salma dell'arcivescovo che per più di un ventennio ha guidato la diocesi del capoluogo salentino è arrivata al Duomo dove, a porte chiuse, è avvenuta la tumulazione nella grande tomba in marmo bianco, posizionata in una delle cappelle laterali, a sinistra di colui che visita la cattedrale, di fronte al sarcofago di Mons. Luigi Zola. La salma, partita da Alberobello (cittadina di nascita dell'arcivescovo), è stata accolta da monsignor Michele Seccia, attuale arcivescovo di Lecce.
Nel pomeriggio, nel salone dell’Episcopio, ha avuto luogo la cerimonia del ricordo affidata a don Marcello Semeraro,vescovo di Albano e grande amico di Ruppi.
Alle ore 19.00 una solenne Concelebrazione Eucaristica, presieduta dall’Arcivescovo di Lecce, Mons. Seccia Michele, con la presenza di alcuni vescovi del Salento e del Vescovo di Alberobello. la messa è stata celebrata dallo stesso Seccia., con la partecipazione di un gruppo massiccio di sacerdoti leccesi. Il nipote Francese si è fatto portavoce dell’intera famiglia : "Siamo grati alla comunità leccese per questo ritorno". Era stato lo stesso Ruppi a indicare la volontà di essere sepolto nel Duomo. La nostra presenza è stato un segno tangibile di affetto, di stima e di profonda gratitudine. Nell'amore non c'è il ricambio ma la sincerità dei sentimenti.

RICORDANDO L’ARCIVESCOVO COSMO FRANCESCO RUPPI

Essere deposto nella Cattedrale dopo la sua morte era un personale desiderio dell’arcivescovo C. F. Ruppi. Conservare le spoglie di un Vescovo nella Cattedrale della Chiesa che ha guidato è, d’altra parte,un’antica usanza. Ancora oggi il Cerimoniale dei Vescoviprescrive: «Il corpo del vescovo diocesano defunto sia seppellito in chiesa, che di norma sia la chiesa cattedrale della sua diocesi. Il vescovo che ha rinunciato alla sede, sia seppellito nella chiesa cattedrale della sua ultima sede, a meno che egli non abbia predisposto diversamente» (n. 1164). È una disposizione significativa. Il 9 gennaio 2004, celebrandosi nella Chiesa di Oria (di cui in quell’anno ero ancora vescovo) l’anniversario della Cattedrale, al termine della Messa benedissi gli ambienti che nell’ipogeo antistante l’altare maggiore avevo fatto disporre per accogliere i resti mortali dei vescovi diocesani. Quella sera ve ne furono deposti tre, per i quali io stesso avevo dettato l’epigrafe. Uno di loro –il vescovo Teodosio M. Gargiulo(†1902)–era nativo di questa città di Lecce edera stato ordinato vescovo in Roma dal cardinale L. M. Parocchi, all’epoca vescovo di Albano! In quell’occasione conclusil’omelia con parole che penso di poter adesso ripetere e attualizzare: «Riposino in pace, con tutti gli altri pastori defunti di questa Chiesa... Riposino in pace, ossia in gremio Ecclesiae, secondo il significato antico di quest’abituale espressione, che ci rimanda al mistero della Ecclesia mater». Per questo è significativo, come dicevo, che, expectans beata spem(cf. Tt2,13),un Vescovo riposi nella sua Cattedrale. Lo è per lui, a motivo del singolare vincolo di successione apostolica che lo ha congiunto a quella Sede; lo è per i fedeli, così esortati: «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio» (Ebr13,7). Sono, perciò, grato all’arcivescovo M. Seccia per avermi invitato in questa circostanza a ricordare questi valori esprimendo un ricordo dell’arcivescovo C. F. Ruppi.
1. Egli guidò questa Chiesa di Lecce dal gennaio 1989 all’aprile 2009. Morì il 29 maggio 2011 in Alberobello, sua terra natale. Per i giorni prima, dal 23 al 27 maggio,era in calendario un’Assemblea generale CEI sicché la domenica 22 pomeriggio, sapendo che non avrebbe partecipato, lo chiamai per un saluto almeno telefonico. Mi disse: «Marcello, sto perdendo terreno». La voce era affaticata, il respiro un po’ affannato. Lo incoraggiai. Mi rispose: «Stai tranquillo: sono sereno; sono pronto».Vorrei vivere insieme con voi questo momento un po’ all’antica maniera di quando, in occasione della morte di un famigliare o di un particolare anniversario, ci si ritrovava per condividere ricordi, affetti, pensieri... Era una forma efficace di «elaborazione del lutto». Un noto psichiatra la spiega come un incontrare l’assenza(M. Recalcati). Il ricordoci aiuta a distaccarci nella maniera giusta:a non restare ossessivamente legati a chi non c’è più, oppure sostituire maniacalmente l’oggetto del desiderio, ma a “dimenticare” per riuscire ad incorporare. Così, chi non c’è più fisicamente comincia pian piano a far parte di noi, ad essere portato da noi.
Anche la fede non ci piomba addosso come meteorite, ma rispetta lo schema antropologico dell’incorporare mediante la memoria: viviamo di Cristo (cf. Fil1,21), perché ogni giorno facciamo memoria di Lui. In tale orizzonte collochiamo pure l’incontro di questa sera. Non vi nascondo che nei giorni passati mi son chiesto più volte: perché ho accettato di tenere questo ricordo dell’arcivescovo Ruppi? Perché avrei dovuto farlo proprio io, a Lecce? Perché non ho trovato una scusa per esonerarmene? Poi me ne sono fatto una ragione. Probabilmente unico fra tutti, sono stato suo alunno negli anni del Liceo nel Seminario Regionale di Molfetta; poi, sempre a Molfetta, suo collega d’insegnamento nell’Istituto Teologico Pugliese; poi suo collaboratore negli anni dell’episcopato leccese. Mons. Ruppi, infine,fu primo Vescovo consacrante nella mia ordinazione episcopale. Di queste fasi della sua e della mia vita (specialmente dell’ultima) conservo, per molte e non secondarie circostanze,segreta e gelosa memoria. C’è, però, qualcosa che, per quanto molto personale, posso raccontare se non altro perché avvenuta pubblicamente. Quando il 19 ottobre 2002 morì il mio papà era da poco trascorso il mezzogiorno. Io ero appena rientrato ad Oria dalla «Residenza Giada» in Trepuzzi, dove da alcune settimane papà era ricoverato, quando mi raggiunse la telefonata di Mons. Ruppi. «Marcello, papà è morto», mi disse e aggiunse: «Vai a casa a Monteroni. Ti porto papà. Faccio tutto io;stai sereno e aspettami». Fece così ed ecco la particolare ragione per cui ho accettato l’invito di ricordare oggi con voi l’arcivescovo C. F. Ruppi:per parzialmente compensare quel debito.
2. Non ripercorrerò sicuramente la vita e le opere di Mons. Ruppi. Chi lo ha conosciuto ha i suoi propri ricordi, le sue memorie, le sue impressioni. E poi ci sono gli atti ufficiali della Diocesi e non poche pubblicazioni che attestano il suo ventennale episcopato e il suo magistero. Offrirò, allora, solo tre spunti traendoli dall’ultima lettera pastorale dell’arcivescovo Ruppi: Pregate, pregate sempre senza stancarvi mai (8 aprile 2009), accompagnandoli con qualche ricordo e riflessione personali. La Lettera inizia con la citazione di alcune parole pronunciate da Benedetto XVI a Castel Gandolfo, nell’udienza del mercoledì 13 agosto 2008, rientrato da un periodo di ferie trascorso a Bressanone. Disse: «Posso assicurare che per tutti e per ciascuno ho un ricordo, specialmente nella quotidiana celebrazione della Santa Messa e nella recita del Santo Rosario. So bene che il primo servizio che posso rendere alla Chiesa e all’umanità è proprio quello della preghiera...». Da qui prende spunto la Lettera pastorale. Penso alla recita del Santo Rosario. Quella di Ruppi era abitualmente molto lunga:con le tradizionali «quindici poste» e,in aggiunta, le preghiere d’intercessione ancora più lunghe: secondo le intenzioni del Papa per ottenere le sante indulgenze; per i fedeli defunti, in generale e singolarmente; per i bisogni della Diocesi; per altre speciali necessità; per la Diocesi che eventualmente si attraversava durante un viaggio e le intenzioni del suo vescovo... (ad Oria e ad Albano me ne sono giunte tante di queste telefonate). Ricordo che una volta, mentre si cominciava la tradizionale vacanza estiva con i seminaristi e si era finalmente giunti a destinazione,volle che al termine della cena si facesse un’ora di adorazione eucaristica...ovviamente punteggiata dai numerosi suoi interventi di meditazione. Una volta conclusa e andati a letto i seminaristi, mi confidò alquanto amareggiato: «Marcello, ho l’impressione che i seminaristi non abbiano avuto il gusto della preghiera!». Gli risposi: «Eccellenza, noi abbiamo viaggiato in auto, ma loro nel molto meno comodo pulmino. Erano stressati. Forse a quest’ora avrebbero gustato maggiormente il letto». Non penso d’averlo convinto sulla pietà eucaristica dei seminaristi! Primato della preghiera, dunque, ma non solo. In quella Lettera pastorale l’arcivescovo Ruppi ricorda pure un suo binomio preferito: lavorare e pregare. Scrive: «Ho sempre alternato preghiera e lavoro, consapevole che l’uno e l’altro costituiscono il binario, su cui deve camminare ogni ministro del Signore, anzi ogni battezzato, ogni discepolo del Vangelo» (p. 10). Questa annotazione torna anche nel suo testamento spirituale del 19 marzo 2011: «La mia fede è stata sempre fondata sulla fede nel Risorto ed è stata alimentata dalla devozione alla B.V. Maria, dal sacrificio, dal lavoro, dalla preghiera». In una lettera del 31 ottobre 2010 al Prof. A. Chella, che era il suo oncologo, scriveva: «Ho ripreso il mio modesto lavoro, con un po’ di “fiacchezza”, ma, pregando e lavorando, si diventa più forti e, spero, più accetti a Dio e fedeli alla propria missione». Permettete che attinga dai miei personali ricordi di quando, negli anni ’60, fui tra i suoi alunni nel Seminario Regionale di Molfetta. Nel Liceo Ruppi ci fu insegnante di storia della filosofia e nell’«anno propedeutico»(lo chiamavamo IV di filosofia) ci fu anche professore di psicologia e di pedagogia (in Pedagogia presso l’Università di Bari si era laureato col massimo dei voti nel 1963). In quegli anni Ruppi ci ripeteva spesso: pregare e lavorare! Ci spiegava che si trattava del motto benedettino, ma poi andava oltre: ci precisava che a suo parere sarebbe bastato dire:laborare perché in quel verbo c’erano tutte e due le azioni. E noi ci scherzavamo sopra (quali studenti non hanno scherzato sui loro professori?). Gli facevamo il verso dicendo: laborare, laborare debetis!!! Di fatto, però,era così! A parte lo scherzo goliardico, si tratta di una profonda intuizione spirituale. Il motto ora et labora non c’è ad litteram nella Regola benedettina, ma la esprime bene. Il cap. 48 inizia così: «L’ozio è nemico dell’anima, e quindi i fratelli devono in alcune determinate ore occuparsi nel lavoro manuale, e in altre ore, anch’esse ben fissate, nello studio delle cose divine (in lectione divina)». Si tratta di un’antica regola d’oro, che chiamerei dell’alternanza. La Serie alfabetica dei Detti dei padri del deserto si apre con Antonio il grande e qui il primo degli apoftegmi è questo: «Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso dall’accidia e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: “O Signore! Io voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?”. Ora, sporgendosi un po’, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto a intrecciare corde, e poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: “Fa’ così e sarai salvo”. All’udire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio: così fece e si salvò». Siamo qui alle origini del grande principio dell’ora et labora. Non pregare soltanto, né unicamente lavorare, ma alternare armoniosamente l’una e l’altra cosa. Qui l’alternanza equivale al ritmo del battito del cuore e del respiro: vale nella vita fisica e in quella spirituale. Siamo fatti per ricevere e per dare, per fare e per lasciarci fare. È la nostra storia fisica, morale e spirituale. Nel lavoro potremmo vedere la gioia di donarsi, di dare un po’del proprio tempo, della propria energia,della creatività, del proprio entusiasmo; nel pregare potremmo riconoscere la capacità di ricevere, di lasciarsi prendere per mano, di lasciarsi guidare da un altro. Da Dio fondamentalmente, e poi, con umiltà,anche da una guida, da un maestro, da un padre, o una madre. La preghiera ci educa al gusto del ricevere; il lavoro a quello del donare.
3. Il secondo spunto mi giunge dalla celebrazione del Sinodo diocesano. L’arcivescovo Ruppi lo indisse ufficialmente il 21 maggio 1994 durante la Veglia di Pentecoste e simbolicamente lo iniziò con la visita di visita a Lecce del papa san Giovanni Paolo II il 17-18 settembre 1994. Questi due eventi Ruppi li ha sempre considerati come una«grazia, eccezionalmente storica».Per quel Sinodo,nel marzo 1994 l’Arcivescovo mi scelse come suo Vicario episcopale e lo fui sino 1998, quando fu resa pubblica la mia designazione per l’episcopato oritano. Il 29 maggio 2012, primo anniversario della morte del predecessore, l’arcivescovo D. D’Ambrosio rievocò con queste parole il lavoro del Sinodo diocesano: «Rileggendo, riascoltando, approfondendo la stagione episcopale di Mons. Ruppi, penso di poter affermare che il momento qualificante del suo essere pastore e guida è stato certamente il Sinodo Diocesano (1994-2000), la bella avventura che ha fatto correre la Chiesa a lui affidata. Nel decreto d’indizione del Sinodo Diocesano Mons. Ruppi presentava le motivazioni che lo avevano spinto a proporre la grande assemblea ecclesiale... Molti tra voi ricorderanno la passione, l’entusiasmo e la ricchezza di dottrina con i cui il defunto Pastore ha accompagnato i vari momenti assembleari, le tappe e l’intero cammino sinodale. Penso alla ricchezza di dottrina delle tre lettere pastorali: Con Pietro verso il Sinodo (1994), Dal Sinodo al Giubileo(1996), In ascolto dello Spirito alla vigilia del Sinodo Diocesano (1998), e alle allocuzioni durante le assemblee sinodali». Così l’arcivescovo D’Ambrosio. Quando Mons. Ruppi cominciò a parlarmi della sua intenzione di convocare un «sinodo diocesano», trovò in me cordiale adesione. Non poteva essere diversamente. Gli chiesi, tuttavia, se, prima d’impegnarsi in quell’avventura non ritenesse fosse meglio promuovere un po’ di tirocinio con le strutture di consiglio (diocesane e
parrocchiali) che,pur istituite, stentavano a prendere il passo giusto. Egli mi diede una risposta articolata in due parti. La prima la chiamerei realistica: «Marcello, se facciamo così non cominceremo mai», disse; la seconda parte la chiamerei ottativa, se non utopistica: «col Sinodo cominceranno a funzionare...».Intanto, nel marzo 1997 fu pubblicata dalle due Congregazioni:per i Vescovi e per l’Evangelizzazione dei Popoli una Istruzione sui Sinodi diocesani(19 marzo 1887). Bisognò, per questo, rivedere qualche parte del lavoro preparatorio, riscrivere alcuni testi di regolamento, ecc. La cosa m’indusse a riflettere. Mi chiedevo: se fare «sinodo» comporta davvero un «mettersi in cammino», non ci aveva forse detto Gesù: «non prendete per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma calzate sandali e non portate due tuniche»(cf. Mc6,8-9)?Mi sembrava, insomma, che con quelle disposizioni i «bagagli» divenissero troppo ingombranti... Quando, poi,nel primo incontro da vescovo eletto col clero oritano –era la mattina del 27 luglio 1998 –un giovane seminarista mi domandò entusiasta: «Faremo anche ad Oria un Sinodo diocesano?», dalla mia risposta in dialetto leccese non gli fu difficile capire che non l’avrei mai fatto. Negli anni di ministero episcopale in Albano quei primi dubbi sono cresciuti. Si tratta di dubbi «istituzionali», beninteso, non «sinodali», anche se oggi –e da qualche parte e, mi pare,con qualche forzatura –si parla un po’ troppo di «sinodi»!A me invece, tornano sempre più spesso alla memoria (cose che accadono quando si è anziani) le parole pronunciate dal Card. A. Ballestrero, allora Presidente della CEI, il 13 aprile 1985 a conclusione del secondo Convegno ecclesiale della Chiesa italiana (il tema Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini non era facile e ancora più complicati erano quegli anni). Disse: «Il Convegno ha rivelato uno stile di vita ecclesiale. Perché non dirci allora che convenire tutti insieme è stile di vita ecclesiale e che questi Convegni vogliamo viverli non soltanto come circostanze propizie per dir qualcosa e fare qualcosa, ma come dimensioni essenziali della vita della Chiesa? Una comunità che non si incontra non è comunità. Perciò io dico che la Chiesa italiana sta imparando a convenire, a riunirsi a Convegno. Sono molti i modi di convenire. Ce ne sono alcuni solenni, vorrei dire storici: sono i grandi Concili della Chiesa. Poi ci sono i Sinodi, come ci sono pure incontri richiesti dalle varie istanze delle Chiese locali. Ma anche il convenire in questo modo, in cui la dimensione di popolo, la dimensione plenaria ed organica della comunità emerge e si esplicita, è una acquisizione che arricchisce l’esperienza di Chiesa».Il ricordo di queste parole (pronunciate da uno che a mio avviso rimane tra le più autorevoli figure della Chiesa italiana nei nostri anni) oggi mi guida e i miei più stretti collaboratori di Albano le conoscono. L’esperienza del«convenire»,che da anni sto vivendo in quella Chiesa, è per me una grazia di maturità pastorale ed umana. Non di «istituti» oggi la Chiesa ha bisogno, quanto di stili. Molto prima e più che una prassi di convocazioni di sinodi, «sinodale» è uno stile, un modo di vivere, una forma di esistenza che scaturisce da forti convinzioni interiori.
Questo può leggersi anche nel documento “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa” che, con la data del 2 marzo 2018, è stato pubblicato dalla Commissione Teologica Internazionale. Qui la sinodalità è articolata secondo tre ambiti, correlati certamente, ma distinti: anzitutto quello della sinodalità come stile, che si manifesta nel modo ordinario di vivere e operare della Chiesa; in secondo luogo della sinodalità in quanto particolare processo negli ambiti normali del «consigliare» nella Chiesa e solo per ultimo riferita a «eventi sinodali in cui la Chiesa è convocata dall’autorità competente e secondo specifiche procedure determinare dalla disciplina ecclesiastica». Se, però, guidata e accompagnata dall’arcivescovo Ruppi,la Chiesa di Lecce un «sinodo» lo ha già celebrato, essa non può evitare di esaminarsi su quell’esperienza: sul fatto e i suoi contenuti. La mia questione, però,è ancora questa: la sinodalità è un cammino, per il quale è valido quel che ha scritto Francesco in “Evangelii gaudium” n. 223: «Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci».
4. Giungo, così, al terzo e ultimo punto, sul quale sarò breve perché il terreno è più arduo. Alludo alle vicende della Casa di accoglienza Regina pacis. Nell’ultima lettera pastorale –cui sto facendo riferimento – l’arcivescovo Ruppi la ricorda, chiamando «storica» e incancellabile quella pagina, ricordando pure di aver pagato con la sofferenza nel vedere infangata quell’opera di carità, certo imperfetta e lacunosa, ma sempre generosa e disinteressata (cf. p. 12). A dire il vero, negli anni del suo episcopato questa non fu l’unica sua opera controversa. Ruppi, però, non si è mai messo all’angolo di fronte alla storia. Piaccia, o non piaccia, di fronte alle realtà che queste vicende richiamano, c’è da chiedersi com’è, nella Chiesa di Lecce, la memoria di Mons. Ruppi: ingombrante, o pro-vocatoria?Cerco di spiegarmi. Come lui ebbi da san Giovanni Paolo II la chiamata a partecipare alla X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (29 settembre –27 ottobre 2001). Il tema era il ministero del Vescovo. Vi andai pure come Segretario speciale potendo così lavorare fianco a fianco col card. J.M. Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires e relatore generale aggiunto. Ruppi fece il suo intervento in aula sinodale il 4 ottobre 2001. Disse: «Grande, è la nostra responsabilità di essere –come esorta Paolo –testimoni ed operatori di carità, mettendoci dalla parte dei poveri senza equivoci e senza riserve, ma anche senza inquinamenti dottrinali... Sui grandi temi della giustizia sociale, della solidarietà e del riequilibrio economico-sociale, la Chiesa non è, non può essere neutrale, come non lo è mai sui temi della pace, della libertà, del dialogo... La carità della Chiesa si fa sentire concretamente a favore degli immigrati spesso anche tra sacrifici, incomprensioni ed oltraggi, ma nessuno fermerà mai la Chiesa nella sua opera di accoglienza. Sarebbe, per questo, confortante se, da questa Assemblea, sorgesse un invito ai Vescovi e alle Chiese locali, a fare dell’accoglienza ai profughi e immigrati una delle più urgenti opere di misericordia».Queste le parole di Mons. Ruppi diciotto anni fa. In uno dei discorsi alla Città pronunciati in piazza Duomo, disse: «La Chiesa è povera, ma ricca di poveri».Oggi, con Francesco sulla Cattedra di Pietro, come le ascolteremmo? Ci sono delle cose, dall’arcivescovo Ruppi fortemente volute e intraprese che però, come accennavo, hanno avuto intoppi e frenate su cui sono sorte discussioni... Non solo il Regina Pacis, beninteso. Penso, ad esempio, anche al grande sforzo per la costruzione del nuovo Seminario con l’annessa Casa del clero... Quello che oggi accade, deve farci capire che siamo in un «cambiamento di epoca», come ripete Francesco; in un cambio nel quale discernere è sempre più impegnativo e doveroso. E quanto a Ruppi, chi gli è stato vicino sa bene che la sua meta era ancora più lontana. Egli pensava, infatti, a un Centro Mediterraneo di cultura. Non se ne fece praticamente nulla, ma quando cose simili accadono le ragioni sono sempre più d’una. C’è, da ultimo, il fatto che in genere il Signore non percorre le nostre stesse vie e questo non vuol dire senz’altro che siano sbagliate. Spesso la pianta della «città di Dio» ha tracciati diversi, ma il punto d’arrivo rimane valido. Ed ecco che tra meno di due mesi, dal 19 al 23 febbraio 2020, a Bari si riuniranno circa ottanta rappresentanti delle Chiese dei 19 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Vi andrà anche Papa Francesco. L’idea di un Centro Mediterraneo non era sbagliata! L’intuizione di una profezia dei cristiani del Mediterraneo non era fuor di luogo! Forse era fuor di tempo, ma il tempo Dio lo misura con un movimento diverso dal nostro. Di molte altre cose avrei, ovviamente, potuto o dovuto fare memoria. Ho pensato di limitarmi a quelle che ho ricordato, avendo come ispirazione quello che ha scritto un artista leccese per ricordare la morte del figlio: «Con la terra che ho spostato per seppellire il tuo corpo, ho costruito una collina da cui contemplo il mondo» (Giordano Pariti). Questa esperienza può farla ciascuno di noi,se abita relazioni di sincera comunione e leale amicizia. I tempi per vedere la tristezza di un’assenza trasformarsi in serenità creativa, capace di guardare il mondo con occhio nuovo, sono necessariamente lunghi. Ogni ricordo, però, se è autentico diventa senz’altro orizzonte e quando è vera, la memoria diventa memoria futuri. Ecco, allora, che dal passatosi apre una strada che, integrandolo purificato, permette di procedere oltre e di vivere bene i tempi nuovi,che l’amore di Dio chiama a vivere.

Lecce, 30 dicembre 2019
Marcello Semeraro, vescovo di Albano

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