Al tempo di Don Filippo il colera...oggi il coronavirus

26 maggio 2020

Uno sguardo storico retrospettivo ci porta all’anno 1884, quando il nostro don Filippo Smaldone, giovane sacerdote, viveva il suo sacerdozio nello svolgimento delle funzioni sacerdotali, prevalentemente nell’azione catechetica e di carità verso “gli scugnizzi” napoletani e i piccoli sordomuti nella Casa ai Ponti Rossi, in Napoli. Erano i mesi estivi e tutta la popolazione napoletana visse un incubo che travolse la città dal punto di vista sociale e lavorativo. Quell'incubo si chiamava colera.
Il colera, proveniente dalla Francia e, prima ancora, dall’Indocina, in Napoli trovò la sua sede preferita per colpire e, quindi, si trasformò in un flagello. Fu un morbo così devastante che l’allora Presidente del Consiglio Agostino De Pretis pronunciò la celebre frase: «Bisogna sventrare Napoli!», espressione che costituisce il titolo del famoso libro di Matilde Serao “Il Ventre di Napoli”. Ma prima della fase Rilancia Napoli, ci fu Cura Napoli, la fase dell’attenzione alla vita, alla salute, all’igiene. Il virus si conosceva già; la malattia era un’infezione del tratto intestinale, causata da un batterio Gram-negativo a forma di virgola, il Vibrio cholerae, identificato per la prima volta nel 1854 dall’anatomista italiano Filippo Pacini e studiato nel 1884 dettagliatamente dal medico tedesco Robert Koch. Il nome deriva dal greco choléra (cholé= bile) e indicava la malattia che scaricava con violenza gli umori del corpo e lo stato d’animo conseguente: la collera. In quell’anno il morbo aveva devastato la città, uccidendo circa 6mila persone, due terzi dei decessi totali verificatisi in Italia, nonostante ci fosse il farmaco per combatterlo.
A essere più duramente colpiti furono i vecchi quartieri di Vicaria, Porto, Pendino, Mercato con il degradato tessuto di fondaci, vicoli stretti, edifici putridi. Circa 60mila persone, fuggirono dalla città, che allora contava intorno al mezzo milione di abitanti.
Nel quartiere Mercato, dove era ubicata la casa della sua famiglia benestante, abitava don Filippo, il quale, caratterizzato dall’ansia missionaria di carità verso le frange deboli della società, viveva tra chiesa, per esercitare le sue funzioni liturgiche e catechetiche, e strada per avere contatto con la gente, onde vivere concretamente la carità verso il prossimo. Il colera non fermò l’ansia di carità del nostro Santo, anzi si diede a capo fitto a soccorrere i colerosi in ogni maniera, senza risparmiarsi sia nel tempo che nelle energie. Ma il giorno 13 di settembre, verso le 10 del mattino, fu lui stesso ad essere attaccato da una perniciosa colerica sì violenta che fino alla sera lo ridusse in fin di vita. Tutti piangevano la morte di così intrepido apostolo, del sacerdote zelante e ardente di carità, ed il giorno 16 dello stesso mese la stampa locale e nazionale comunicava la ferale notizia della sua morte; si trattava di una falsa notizia perché la Vergine di Pompei, a cui la famiglia si era rivolta e lui aveva una profonda devozione da buon napoletano, gli concesse la grazia della guarigione. “Un morto redivivo” - registrò la stampa il giorno dopo, correggendo la fake news. La verità è che non era arrivata la sua ora. Il Signore aveva un progetto sul suo servo fedele: renderlo voce di chi non ha voce e spendere le sue energie di mente e di cuore per i piccoli sordomuti, esclusi, emarginati e considerati infedeli. L’Effatà di Cristo, attraverso la sua persona, doveva risuonare nelle strade del mondo, partendo da Napoli, diffondendosi nel Meridione d’Italia e oggi in tutto il mondo.
La reazione delle autorità ufficiali alla notizia dell’epidemia del colera si presentò inaspettata: respinsero la diagnosi, insistendo che si trattasse semplicemente di gastroenterite, di “Febbre napolitana” o “Febbre maltese”. Nessuna epidemia di colera dunque: Geddings farebbe bene a rimanere in silenzio. Geddings era il medico che affermava la gravità del colera e ne prevedeva la vasta diffusione.
Ai nostri giorni un altro evento che ha cambiato la vita dell’umanità: la pandemia del coronavirus. Il 2020 è iniziato nell’auspicio della serenità, anche se il vortice del processo produttivo e tecnologico globalizzato non poteva non produrre effetti devastanti tali da complicare il sistema geofisicoclimatico, perché questa “casa comune”, che è il cosmo, non è più custodita dall’uomo. Questi, da custode, si è trasformato in “fruitore, violentatore e consumatore”. E’ la storia che stiamo vivendo e che si ricorderà per la paura, il blocco del lockdown, gli uomini in mascherina, il distanziamento sociale, la perdita delle relazioni, le migliaia di decessi al giorno, la decimazione dell’umanità in ogni Paese e soprattutto per le morti nell’isolamento, senza conforto, tenerezza e affetti. Si ricorderà per l’eroismo dei medici, infermieri e sacerdoti. Si reputa fortunato il Paese che non è toccato dal contagio del virus; si ricerca il capro espiatorio perché si vuole conoscere l’origine del virus, scaturito forse da una fuga dal laboratorio di Wuhan in Cina; nella sofferenza generale si parla di Guerra fredda tra le Nazioni potenti.
Certo che, in Italia, da gennaio 2020 stiamo vivendo la pandemia del coronavirus, esperienza scioccante di una malattia provocata dal COVID 19, di cui non si conosce né la costituzione, né l’origine, né la durata. Sappiamo solo che la vera battaglia si vince con la responsabilità di ogni persona a rispettare le precauzioni: distanziamento sociale, obbligo delle mascherine, igiene delle mani e dell’ambiente. Constatiamo che il virus circola in tutto il mondo e non risparmia nessuno, operando la vera globalizzazione che non fa differenza di persone, di razze e di religioni.
Stiamo vivendo questa esperienza inedita con la paura perché si tratta di un virus letale e invasivo che porta ad una condizione umana di perdita della dignità, di distacco dagli affetti, di morte solitaria. Viviamo l’esperienza dell’unica sorte, il comune destino di ammalarci e di morire senza il saluto e la carezza dei propri cari.
È veramente triste pensare che un piccolo virus sta decimando l’umanità e, nel nostro Paese, ha raggiunto i 33.000 decessi e in tutto il mondo ha superato i 346.000.
Cosa stiamo imparando da questo tempo e da questa battaglia sanitaria che vede medici, infermieri, operatori sociali e volontari in prima fila, sacerdoti e religiose stremati nelle forze, pronti a lottare con un nemico infido e ignoto, in una condizione in cui siamo assaliti dalle voci non concordi degli scienziati, ricevendo dagli opinionisti indicazioni diverse perché alcuni si ergono a profeti di sciagure e altri a pedagoghi di speranze illusorie?
Se ci fosse don Filippo cosa avrebbe suggerito a noi Sue figlie, ai laici che s’ispirano a lui, all’uomo comune? Vivere questa battaglia “sanitaria” e “sociale” come una prova, una grande prova da cui trarre una lezione di vita: non perdere la fede e la speranza perché “tutto andrà bene”. Ritornare a Dio con l’animo riconciliato perché l’uomo, con la sua volontà di onnipotenza, ha alterato gli equilibri di un mondo, le cui leggi non possono essere manomesse in forza dei suoi scopi utilitaristici ed economici.
Inoltre il nostro Padre san Filippo c’insegna la grande lezione di un amore condiviso e di una vita spesa per gli altri. Una vita donata è una vita preziosa e mai come nell’emergenza e nella precarietà il sentimento di fratellanza universale diventa dominante e concreto.
Al Decreto governativo “Cura Italia” è seguito “Rilancia Italia”; assistiamo ad una ripresa lavorativa ed economica lenta, difficile, dopo tre mesi di blocco totale. Se non facciamo scattare l’energia nuova di una vita riacquistata per dono del Signore, o risparmiata dal male infido, non rinasceremo. Dobbiamo pensare differentemente la nostra vita e la nostra attività: convertirci ad uno stile di vita essenziale, interiore, solidale. La nostra felicità e salvezza non coincidono con l’avere tutto e subito, ma con il condividere le nostre risorse con il fratello della porta accanto. Sr Ines De Giorgi